venerdì 9 luglio 2010
Rifugiati abbandonati in Libia come in via Asti
segnato a un altro carcere i più di 200 pro- fughi, trasferimento dentro due container arroventati sotto il sole del Sahara, arrivo a Al-Braq per subire trattamenti inumani: pestaggi e violenze, sistematiche e ripetute. Erano però riusciti a nascondere ai secondini un telefono cellulare, con il quale hanno recapitato al mondo la drammatica richiesta di soccorso, che viene rilanciata per giorni soltanto dall’Unità. Poi la riprendono giornali di altri paese, finalmente an- che gli altri media italiani, e scoppia il caso internazionale: la Libia ha una “protezione” speciale da parte di Silvio Berlusconi, e quindi tocca ai ministri italiani cercare di risolvere la situazione con la proposta di risolvere la questione inserendo i profughi in campi di lavoro. Certo per queste 200 persone, e per chissà quanti altri, non ci sono molte scelte: scappano da un paese in guerra, nel quale verrebbero perseguitati se vi facessero ritorno, vengono torturati in carcere in un paese che non gli riconosce nessun diritto e che gli offre come “salvezza” i lavori forzati. È ovvio che sognino l’Europa per ricominciare a vivere. In par- ticolare l’Italia che dista solo poche ore di navigazione dalle coste libiche, ma cosa li aspetterebbe una volta qui? Ascoltando le testimonianze dei rifugiati che dall’11 settembre 2009 abitano in via Asti verrebbe da dire che i sogni non si realizzano mai. Infatti nell’ex caserma vivono ancora 70 persone alle quali è stato concesso l’asilo
politico, la maggior parte di origine somala e alcuni sudanesi. La quasi totalità ha se- guito corsi di italiano e di avviamento al la- voro, ma praticamente nessuno ha trovato un impiego. Lo scorso autunno quasi 180 rifugiati, tutti uomini, lasciarono la clinica di Corso Peschiera per trasferirsi in via Asti, assecondando la volontà del Comu- ne che aveva promesso una vita dignitosa a ciascuno di loro. Intanto i fondi stanziati per l’emergenza sono finiti e almeno 70 ri- fugiati sono ancora senza un lavoro, sen- za una casa, senza niente. Per chi vive in via Asti sono tempi duri: l’autogestione imposta dalla mancanza di un ente forte che possa ricoprire il ruolo di gerente della struttura, sempre meno presenze di associazioni e volontari, niente più pasti da tre settimane e la scadenza di fine mese entro la quale tutti dovranno lasciare la ex-caserma. Mohammed e Youssef vanno tutti i giorni alla mensa della Caritas: "Non ci portano più da mangiare – racconta Mohammed - e non abbiamo i soldi per fare la spesa. Io vivo da quasi due anni in Italia e non ho trovato lavoro neanche per un giorno. Il Comune ci farà vedere una casa e se noi non accetteremo di trasferirci lì, non potremo nemmeno più tornare qui in via Asti. Sono scappato dalla Somalia dove c’è la guerra, ma ora in Italia non corro il rischio di morire ma non so come vivere. Ho troppi problemi: la casa, il mangiare, il lavoro. Tutto".
Tratto da Terra Comune
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lunedì 14 giugno 2010
tutto bene?
Il punto è forse proprio questo: una nazione nata dalle ceneri di una colonia quanto ci metterà per raggiungere la propria identità? Per il caso sudafricano a rendere le cose più difficili ci ha pensato l’apartheid ereditato dalla colonizzazione, rendendo ancora più lungo il cammino verso l’unità nazionale. Ci sono commentatori, come il lucido Matteo Fagotto, che ritengono proficua l’unione di tutti i sudafricani anche se solo per le poche ore delle partite. A gennaio si è svolta
La maggior parte dei sudafricani non si può permettere un biglietto per andare a vedere i dorati mondiali, negli stadi nuovi di zecca finanziati con soldi statali sottratti qua e là dai fondi per lo sviluppo del paese, quindi cerca di partecipare come può. Andando a vedere gli allenamenti, questi gratis e aperti al pubblico, delle grandi nazionali europee e sudamericane o andando a vedere le poche partite gratuite che hanno fatto da cornice ai mondiali. Cronaca di pochi giorni fa i 20 feriti nella ressa per andare a vedere un amichevole a Soweto tra
Il calcio stellato delle grandi nazionali, dei contratti milionari e dell sistema economico che ci gravita attorno è per molti aspetti una metastasi del nostro sistema, non capisco perché deve essere esportato. E’ uno dei grandi vizi occidentali in cui tanti soldi e tantissima popolarità, trasformano il calciatore in un eroe. Pensate che danni può fare questa malsana combinazione in un paese che africano. Il sempre buon Weah si è candidato nel 2004 per diventare presidente della Liberia, avendo buone possibilità di essere eletto. Così non fu, ma il saggio centravanti si è iscritto a una scuola statunitense per ricandidarsi tra qualche anno quando avrà dalla sua anche un bel certificato di laurea. Non ho nessuna riserva sulle buone intenzioni di del ex-milanista, ma in Italia stiamo capendo, a caro prezzo, che un presidente di una squadra di calcio, anche se “ha vinto tutto”, non è obbligatoriamente un buon politico. Pensate che un ottimo centravanti potrebbe fare meglio?
mercoledì 31 marzo 2010
mercoledì 24 marzo 2010
a Roma
Seriamente io conosco almeno una persona che è andata a Roma, ed e partita da Torino. Massimo rispetto anche io sono andato fino a Roma a manifestare. Che poi quale differenza c’è tra la manifestazione di questo week-end e quella a cui andai io nel 2002 . Manco mi ricordo per cos’era. Cazzo quella volta eravamo un botto di gente. Per l’articolo 18! Ecco, ma l’articolo 18 non è quello che hanno appena aggirato con una bella leggina ad-hoc. Cioè per capirsi 8 anni fa eravamo 2 milioni per non far morire un diritto, che comunque hanno ucciso un paio di giorni prima che Berlusconi portasse in piazza un milione di persone. E perché sono andati a manifestare, boh io non ho capito. Un video che documenta chi in a San Giovanni c’era.
Una cosa è sicura, tra tutti gli articoli di commento alla manifestazione che ho letto in questi giorni, si può essere certi che in piazza per l’evento c’era un sacco di gente, soprattutto giornalisti.
giovedì 4 febbraio 2010
le tre campanelle
I fatti. All’angolo tra Corso Vittorio Emanuele e Via Sacchi c’è sempre un capannello di giovani anziani, sessantenni con scarpe sportive e sciarpe di pashmina, che si intrattiene con dell’innocente gioco d’azzardo: le tre campanelle. So che siete tutti smaliziati e non vi spiego né come funziona il gioco, né come è organizzata la truffa. La pozione del banchetto è perfetta: dietro una piglia, sotto i portici, con un passaggio giornaliero esagerato, tra cui tutti quelli che come me vanno alla posta e si perdono le mezz’ore aspettando, senza contare chi passa li davanti con i soldi della pensione appena ritirati. Tornando ai fatti: due poliziotti arrivano di tutta fretta a piedi e altri due su una gazzella, l’operazione è ben studiata perché i vari pali non riescono ad avvertire l’omino che tiene il banchetto. Con l'arrivo degli agenti per magia spariscono tutti: avventori e complici. I poliziotti sequestrano il banchetto e prendono le generalità del “croupier”. Arriva il mio turno ed entro in posta, meno di 5 minuti e sono fuori nuovamente. Gli agenti sono andati via e il banchetto è stato ripristinato, non è lo stesso, ma tutti i personaggi sono nuovamente lì. Sono divertito e sconcertato allo stesso tempo, salgo sulla bici e mi dirigo verso nuove code. Mentre pedalo mi delizio con un po’ di servizio pubblico; in questo caso RadioUno trasmette la diretta del discorso di Berlusconi alla Knesset, il parlamento israeliano. Il mio pensiero torna inevitabilmente ai giovani anziani e alle loro campanelle: i poliziotti non posso arrestarli, perché non è più reato penale, depenalizzato ad amministrativo dal vostro presidente del consiglio, se gli fanno delle multe questi non le pagano inoltre risultano come nulla tenenti quindi non c’è modo che lo Stato si rivalga su di loro. Intanto nelle mie orecchie Berlusconi sproloquia sulla “giusta reazione ai missili sparati da Gaza” e mi dico: se a capo del governo abbiamo uno che pur di non farsi processare va in visita in Israele e giustifica dei crimini di guerra, come me la posso prendere con la gioventù anziana che ha il vizietto di truffare un anziano meno giovane che ha appena ritirato la pensione.
martedì 2 febbraio 2010
Travaglio nichelinese
domenica 31 gennaio 2010
Oush Grab Vs Shdema
La storia che vi racconto oggi è quella di una collina a due passi da dove vivevo a Betlemme. Il posto in questione si chiama Oush Grab, ed è un ex base militare fino al 1967 sotto il controllo delle autorità giordane, che tuttora mantengono la proprietà legale dell’area. La collina è stata successivamente occupata dall’esercito israeliano che l’ha abbandonata nel 2000. Da questa data l’area è stata utilizzata sempre di più dalla municipalità di Beit Sahour, comune in cui è situata. Durante il 2008 è stato costruito sulla collina un giardino con attrazioni per i bambini e un’area pic-nic. Un’associazione statunitense, Paidia, è riuscita a trovare i soldi per costruire una torre per l’arrampicata che viene utilizzata settimanalmente dai bambini della zona con il supporto di arrampicatori professionisti provenienti da tutto il mondo.
Naturalmente l’Autorità Palestinese ha visto in Oush Grab uno spazio molto appetibile per la costruzione di un’infrastruttura, la collina si trova infatti a pochi minuti di macchina dal centro di Betlemme. È stato quindi progettato un ospedale pediatrico da costruire al posto della base militare, ma un gruppo di attiviste di estrema destra israeliane, Women in Green, ha iniziato a rivendicare Oush Grab come luogo per la creazione di una nuova colonia, chiamata Shdema. Mi sembra persino superfluo dire che le motivazioni portate dal movimento israeliano sono prive di fondamento vi faccio un paio di esempi: “la zona è citata nella bibbia quindi è terra destinata da dio all’uso esclusivo del popolo israeliano” oppure “se si lascia che gli arabi costruiscano qui un ospedale poi lo utilizzeranno per sparare contro le altre colonie israeliane”.
A tutto questo va aggiunto il fattore geostrategico del sito: Oush Grab è l’ultimo lato in cui Betlemme si può espandere. Se si prende una cartina si nota come la città natale del nazareno sia circondata dalla presenza israeliana: a nord Gerusalemme, a ovest e a sud Gush Etzion, il più grande assembramento di colonie israeliane in Cisgiordania. A Betlemme non resta che un lato per il proprio sviluppo: l’Est esattamente dove si trova Oush Grab. Per avere un’idea di quella che è
Da una parte i coloni israeliani motivati dalla “donazione” che dio ha fatto loro e dall’altra una società palestinese che ha un disperato bisogno d’infrastrutture. In questi anni gli israeliani si sono presentati sul sito sempre armati e accompagnati dall’esercito, mentre i palestinesi ci si recavano con i bambini a giocare. Come è finita?
In questi giorni, mentre non si parla d’altro che di congelamento delle colonie, i palestinesi sono stati “consigliati” a non recarsi più sul luogo e oggi l’esercito israeliano ha dichiarato che riaprirà sul sito un presidio militare. Non è stato specificato perché e per quanto, ma possiamo immaginare che appena Israele regolerà i propri rapporti di forza con gli Usa gli avamposti come Shdema diventeranno da militari a civili.