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venerdì 9 luglio 2010

Rifugiati abbandonati in Libia come in via Asti

Sono più di 200 i profughi eritrei che la settimana scorsa hanno lanciato una do- manda di aiuto alla comunità internazionale. Sono rinchiusi nel carcere di Al-Braq, nel sud della Libia, da dove sono riusciti a inviare un disperato sms: "Siamo col- piti da malattie contagiose, la tortura è una pratica comune e, quel che è peggio, siamo rinchiusi in celle sotterranee dove la temperatura supera i 40°. Stiamo sof- frendo e morendo". Molti di questi eritrei sono vittime dei respingimenti effettuati da Marina e Guardia di Finanza italiane. In particolare 11 di loro sono stati bloccati in mare il 1° luglio 2009 riportati in Libia e fatti sbarcare. Se fossero riusciti a rag- giungere l’Italia avrebbero chiesto e ottenuto l’asilo politico. La Libia ha il regime che tutti conosciamo e in linea con i propri dettami politici autoritari non ha firmato la Convenzione di Ginevra sui rifugiati e non ha una legislazione sull’asilo politico. Lo scorso 30 giugno era iniziata a circo- lare la notizia di una rivolta nelle carceri libiche di Misratah, causata dalla richiesta d’identificazione dei detenuti eritrei, da parte dell’autorità della prigione. L’identificazione sovente implica il rimpatrio e gli eritrei sanno bene che ad aspettarli nel loro paese ci sono carcere, torture e lavori forzati oppure la morte. Dopo aver sedato la rivolta le forze dell’ordine avevano as-
segnato a un altro carcere i più di 200 pro- fughi, trasferimento dentro due container arroventati sotto il sole del Sahara, arrivo a Al-Braq per subire trattamenti inumani: pestaggi e violenze, sistematiche e ripetute. Erano però riusciti a nascondere ai secondini un telefono cellulare, con il quale hanno recapitato al mondo la drammatica richiesta di soccorso, che viene rilanciata per giorni soltanto dall’Unità. Poi la riprendono giornali di altri paese, finalmente an- che gli altri media italiani, e scoppia il caso internazionale: la Libia ha una “protezione” speciale da parte di Silvio Berlusconi, e quindi tocca ai ministri italiani cercare di risolvere la situazione con la proposta di risolvere la questione inserendo i profughi in campi di lavoro. Certo per queste 200 persone, e per chissà quanti altri, non ci sono molte scelte: scappano da un paese in guerra, nel quale verrebbero perseguitati se vi facessero ritorno, vengono torturati in carcere in un paese che non gli riconosce nessun diritto e che gli offre come “salvezza” i lavori forzati. È ovvio che sognino l’Europa per ricominciare a vivere. In par- ticolare l’Italia che dista solo poche ore di navigazione dalle coste libiche, ma cosa li aspetterebbe una volta qui? Ascoltando le testimonianze dei rifugiati che dall’11 settembre 2009 abitano in via Asti verrebbe da dire che i sogni non si realizzano mai. Infatti nell’ex caserma vivono ancora 70 persone alle quali è stato concesso l’asilo
politico, la maggior parte di origine somala e alcuni sudanesi. La quasi totalità ha se- guito corsi di italiano e di avviamento al la- voro, ma praticamente nessuno ha trovato un impiego. Lo scorso autunno quasi 180 rifugiati, tutti uomini, lasciarono la clinica di Corso Peschiera per trasferirsi in via Asti, assecondando la volontà del Comu- ne che aveva promesso una vita dignitosa a ciascuno di loro. Intanto i fondi stanziati per l’emergenza sono finiti e almeno 70 ri- fugiati sono ancora senza un lavoro, sen- za una casa, senza niente. Per chi vive in via Asti sono tempi duri: l’autogestione imposta dalla mancanza di un ente forte che possa ricoprire il ruolo di gerente della struttura, sempre meno presenze di associazioni e volontari, niente più pasti da tre settimane e la scadenza di fine mese entro la quale tutti dovranno lasciare la ex-caserma. Mohammed e Youssef vanno tutti i giorni alla mensa della Caritas: "Non ci portano più da mangiare – racconta Mohammed - e non abbiamo i soldi per fare la spesa. Io vivo da quasi due anni in Italia e non ho trovato lavoro neanche per un giorno. Il Comune ci farà vedere una casa e se noi non accetteremo di trasferirci lì, non potremo nemmeno più tornare qui in via Asti. Sono scappato dalla Somalia dove c’è la guerra, ma ora in Italia non corro il rischio di morire ma non so come vivere. Ho troppi problemi: la casa, il mangiare, il lavoro. Tutto".

Tratto da Terra Comune
Per scaricare il numero di questa settimana qui

giovedì 29 aprile 2010

il calcio dei rifugiati

Come buona parte dei cittadini italiani, anche io ieri sera mi sono visto le due ore di partita tra il Barcellona e l’Inter. Non sono un fanatico di calcio, anzi diciamo che mi annoia pure un pò, ma per un motivo o per un altro me ne faccio sempre una buona dose. Ieri sera è stata però la più singolare di tutte le partite che ho visto e non per la partita in se, ma per il luogo dove l’ho vista e perché non mi capita sovente di vedere una partita con il commento in arabo.

In via Bologna, a Torino, c’è uno stabile comunale che ormai da anni è occupato, al momento ci vivono tra i 70 e i 90 rifugiati politici. Vengono da tutti i posti che noi siamo abituati a sentire solo al telegiornale, quei paesi dove noi “occidentali” mandiamo i nostri eserciti per portare la pace. Circa 40 di loro ieri sera sedevano con me davanti a un minuscolo televisore a 14 pollici, per guardare la semifinale di Champions League. Probabilmente anche molti dei militari italiani in missione guardavano la partita ieri sera e vicino a loro c’erano i mezzi d’assalto e le armi necessarie per portare la pace.

I ragazzi che con me vedevano la partita ieri sera, sono rifugiati politici in Italia, la maggior parte parla italiano più di quanto un soldato italiano saprà mai parlare afgano o somalo. I ragazzi che vivono in via Bologna, scappano ognuno dal proprio paese in guerra, da una storia di violenza e persecuzione. I “nostri” militari sono disposti ad andare fino in Asia per portare la pace, ma lo Stato italiano non è capace nemmeno di trovare una casa ai profughi che arrivano in Italia per scappare da quelle guerre che i “nostri” soldati combattono.

Ieri sera qualcuno tifava Barcellona e altri tifavano Inter, non tanto per amore di una squadra, quanto piuttosto per i giocatori che militano nei due club, inutile dire che Eto’o, raccoglie i più grandi consensi. Una cosa però accomunava tutti: il fatto che tra pochi mesi tiferanno tutti Italia, perché “l’Italia ci ha accolti”. Come li ha accolti?

Finita la partita faccio un breve giro per la casa, dove si dorme in giacigli di fortuna e la si cucina e in un sottoscala, le condizioni igieniche generali sono terribili. L’Italia li avrà accolti, ma il massimo che sappiamo fare è dar loro la possibilità di occupare uno stabile fatiscente sotto la continua minaccia di essere sgomberati e diventare sfollati in Italia oltre a essere rifugiati. Paradosso dei paradossi noi andiamo a casa loro con le armi, distruggiamo tutto in nome della pace, loro vengono in Italia per sfuggire alle guerre che noi combattiamo o finanziamo e le uniche cose che sappiamo dargli è un permesso di soggiorno e una stretta di mano. La guerra in Afghanistan costa all’Italia 2 milioni di euro al giorno, cosa potremmo fare con quei soldi se i nostri soldati si prendessero un paio di settimane di ferie?

giovedì 15 aprile 2010

il leghista Gordon Brown

Il 6 maggio gli inglesi andranno al voto, naturalmente i media del belpaese hanno deciso che poco interessa agli italiani della politica degli altri paesi europei. O meglio ci interessiamo solo alle cose più importanti: non so, la crisi coniugale tra Sarkozy e la Bruni, ma sempre dimenticandosi di raccontare che il presidente francese ha fatto licenziare il giornalista e il caporedattore che hanno trovato e pubblicato la notizia.
Il Regno Unito dopo tre mandati con un governo di centro-sinistra è pronto a cambiare pelle. I sondaggi dicono che Gordon Brown parte in svantaggio rispetto al suo diretto sfidante Cameron. Quale risposta i laburisti hanno preparato per riconquistare un po’ di voti? Semplice, se la prendono con gli immigrati. Una cosa è chiara a tutti i politici europei: per prendere più voti bisogna prendersela con chi non vota, con chi è diverso, così tutti gli altri, il grande gregge, potranno votare non per qualcuno, ma contro qualcuno, contro gli stranieri, che fanno tanta paura.Il partito laburista ha deciso di scrivere un manifesto per le imminenti elezioni, nel quale si può leggere che “l’immigrazione è controllata, che le regole sono ferme e chiare”, passaggio condivisibile come lo è quello che condanna l’immigrazione clandestina, per poi arrivare a dire che agli uffici di collocamento ci sarà una corsia preferenziale per gli inglesi e che per gli extracomunitari che arrivano in Europa senza delle competenze specifiche sarà sbarrata la strada.
Il pezzo più interessante è però questo: “Poiché crediamo che venire nel Regno Unito sia un privilegio e non un diritto, romperemo l’automatismo fra la permanenza per un determinato periodo e la possibilità di ottenere la cittadinanza. In futuro restare qui dipenderà dal sistema a punti e l’accesso ai benefici sociali sarà progressivamente riservato ai cittadini britannici e ai residenti permanenti”. Non so come suona questo per voi, ma mi sembra che un leghista avrebbe potuto usare le stesse parole.
Come tanti a vent’anni ho preso armi e bagagli e sono andato a Londra per vivere il mio momento di libertà suprema. La cosa che più mi colpì fu il vedere una città dove così tante culture avevano possibilità di esprimersi. Spero che tra qualche anno mio fratello, che ora ha 9 anni, abbia la possibilità di “scappare” a Londra e che trovi un clima simile a quello che mi accolse nella sua intercultura. Sarà dura.

sabato 6 febbraio 2010

lista dei regali

Se siete soli in una grande casa piena di armadi e scatoloni quale sarebbe il modo migliore per trascorrere la serata. Io ho stappato una bottiglia di rosso e ho iniziato ad aprire tutti i cassetti. Non cercavo nulla di particolare, solo la prova che qualcuno questa casa la vive quotidianamente. Ben presto in taverna ho trovato una cassettiera piena zeppa di foto vecchie e nuove, a colori e tanti bianco e nero sbiadite dai decenni, poi polaroid e scatti bruciati da un fotografo non esperto nel regolare tempo e diaframma, ma la cosa più stupefacente sono stati gli album fotografici, il matrimonio, quelli monografici sull’infanzia dei bambini e quelli sulla famiglia di provenienza. Ho acceso il camino e mi sono messo comodo per riconoscere facce e luoghi, per ricostruire questa nostra storia di migrazione. Ero così contento che dubitavo di poter essere distratto; cado sull’album del mio battesimo e tra le ultime pagine trovo un mezzo quinterno: la lista dei regali scritta a mano da mia mamma, che vedete nella foto.
Adesso io non so se in tutta Italia è usanza, ma per me questo genere di liste è stato sempre una sorta di leggenda, ne ho sentito parlare da tanti amici e parenti, ma non ne avevo mai vista una e soprattutto non pensavo di averne una mia. Le liste come questa si compilano in caso di ricorrenze particolari in cui si ricevono molti regali da persone vicine e lontane, solitamente si tratta di presenti ricevuti per i sacramenti: matrimonio, battesimo, comunione e così via, probabilmente c’è anche chi riceve regali dopo che gli è stata somministrata l’estrema unzione, ma difficilmente in questo caso viene redatta una lista.
Sulla lista viene annotato il nome e accanto il regalo, se si tratta di soldi si scrive l’ammontare precisi. I nomi sono scritti con ordine: da una parte gli amici e poi divisi i parenti delle duverse “ali” della famiglia, materna e paterna o di moglie e marito se ritratta di una lista di matrimonio.
Le varie liste vengono poi conservate gelosamente e saranno la base sulla quale verranno fatti negli anni i regali, ad esempio la coppia di amici dei miei che mi ha regalato il passeggino avrà ricevuto un regalo di valore simile per il battesimo del loro primo figlio o per una ricorrenza di uguale importanza. Un mio zio ha tentato di rendermi più comprensibile l’utilità di queste note: ovviamente servono a non dimenticarsi di nessuno e di saper trattare tutti bene almeno quanto sei stato trattato, inoltre hanno un peso molto importante per capire quale lato della famiglia ha più a cuore la ricorrenza.
Tempo fa mi hanno raccontato un aneddoto, simile chissà a quanti altri, che rende bene la crudezza e assieme la comicità di queste liste di regali. Nella Piana di Gioia Tauro, della quale siamo originari, non ci sono molti alberghi, ma è usanza che la prima notte di nozze gli sposi la passino in hotel, quindi in molti si recano, o almeno si recavano, presso il motel che si trova accanto all’autostrada.
Gli sposini prendono la camera, mentre i testimoni, uno per la sposa e uno per lo sposo, in presenza di un qualche parente, si siedono nella hall e aprono le buste contenenti i soldi che sono stati regalati alla coppia. I testimoni leggono chi ha regalato e contano i soldi, intanto i parenti prendono nota sui loro quaderni, una sorta di tombola serale per chi non si è sbronzato al ricevimento. Alla fine dello “spoglio” vengono ricontati i soldi e ricontrollati i vari parziali e totali scritti sui quaderni, sia la famiglia della sposa che dello sposo avrà una copia del “verbale”. Sui quaderni vengono aggiunti i regali non pecuniari e diventando così una sorta di manuale da consultare per tutti i matrimoni che si celebreranno negli anni a venire.
Domani scrivo una lettera di ringraziamento a tutti quelli che sono sulla mia lista di battestimo!

mercoledì 13 gennaio 2010

Spot razzista di Kfc

A inizio gennaio è scoppiato su internet il caso di una pubblicità australiana di Kfc che è stato da molti additata come razzista. Durante un partita di criket, sport nazionale della terra dei canguri, un ragazzo bello e biondo siede composto sulle tribune, mentre attorno a lui un gruppo di tifosi di colore si scatena in urli e danze. Il ragazzo chiede al telespettatore come fa si a gestire una situazione del genere e alzando un enorme quantità di pollo fritto dice “Troppo facile”.
La mia prima reazione è stata di sorpresa, lo spot con i neri che si zittiscono alla sola vista del pollo fritto mi è sembrata uno stereotipo talmente esagerato da non poterlo manco considerare razzista. Spulciando un po’ su internet e dopo un paio di contatti con chi di Australia ne sa più di me, mi sono reso conto di un paio di cose: il cricket è uno sport lungo e abbastanza noioso con regole difficilissime che rende praticamente impossibile il tipo di tifo illustrato nella pubblicità. Inoltre l’Australia è si metà d’immigrazione, ma per lo più di popolazioni asiatiche e la popolazione di colore è una minoranza minuscola, cosa che rende difficile una tifoseria del tipo descritto dallo spot.
La pubblicità di Kfc utilizza uno stereotipo tutto occidentale: la gente di colore che perde coscienza davanti a una ciotola di pollo fritto. Lo spot è sicuramente razzista se visto con gli occhi di un europeo o di uno statunitense, ma lo è molto di meno per chi vive in Australia dove la separazione razziale esiste ed è forte, ma verso un altro tipo di minoranza, quella asiatica. Qui mi si pone la domanda, è il razzismo meno grave se non viene percepito ovunque nella stessa maniera? E possiamo pensare che questo spot spinga ad avvallare uno stereotipo razzista, tanto che l'australiano che andrà in vacanza negli States controllerà se nelle friggitorie ci sono solo persone di colore?

domenica 10 gennaio 2010

Cota sulle orme di Vasco

Lungi da me fare qualsiasi ragionamento politico sul Vasco, come ogni trentenne italiano ho una sorta di ammirazione profetica per il suo ruolo nella società italiana. Proprio per questo sono rimasto scioccato riascoltando uno dei suoi successi che più ho amato nella mia adolescenza: Colpa d’Alfredo. Inizia così: Ho perso un'altra occasione buona stasera/E' andata a casa con il negro, la troia!

Non mi ero mai accorto che in solo due frasi Vasco riuscisse a tirare fuori tutta la rabbia. Lo fa in modo che forse razzista non vuole essere, ma lo è. La storia si ripete in meno di un strofa: L'ho vista uscire mano nella mano con quell'africano/Che non parla neanche bene l'italiano/Ma si vede che si fa' capire bene quando vuole....

Mi gioco tutto sulla buonafede del Vasco, che ha pubblicato questa canzone nel 1980, ma rifletto sul fatto che la società italiana a 30 anni di distanza fa esplodere la sua rabbia nello stesso modo espresso dalla canzone. In più bisogna aggiungere che adesso le idee che annebbiavano la mente del rocker sono passate in politica. Infatti l’On. Cota, candidato presidente delle regione Piemonte, ha deposto un disegno di legge perchè gli immigrati, che vogliano ottenere la cittadinanza italiana, siano sottoposti a un esame di lingua italiana e di lingua locale, leggasi dialetto. Certo che se al Vasco gli si parla in modenese la ragazza gliela si soffia senza offenderlo.

sabato 9 gennaio 2010

Soluzione all'italiana

La più scioccante delle parole di oggi l’ho sentita al telegiornale, sulla rai e non sulla rete comunista, ma sulla ben più politically correct Raidue. La cronista, in diretta da Rosarno, ha parlato dei migranti che oggi sono stati deportati nei centri di prima accoglienza della provincia Crotone. Deportazione: trasferimento coattivo di un individuo o un gruppo di individui che sono obbligati a risiedere in un determinato luogo diverso dal proprio e che vi vengono condotti a forza.
Circa 300 stranieri, impiegati come braccianti stagionali nella Piana di Gioia Tauro, sono stati trasferiti in due centri di prima accoglienza vicino Crotone. Tutti hanno il diritto di lasciare il centro cui sono stati assegnati, anche gli irregolari, che sono circa il 30% dei lavoratori stagionali della Piana.
Le foto di questo post sono del campo della Croce Rossa di Settimo Torinese, che presto diverrà un CARA (Centri di accoglienza per richiedenti asilo). I centri che accolgono i migranti della Piana sono simili a quello fotografato. La domanda è: se voi doveste vivere in questo tipo di posto, senza possibilità di lavoro nelle vicinanze, ci rimarreste?Per Maroni le violenze di questi giorni a Rosarno sono da imputare all’immigrazione irregolare. Come soluzione il ministro fa spostare in massa i braccianti in dei centri con entrata e uscita sorvegliate, in condizioni di alta segregazione e con possibilità d’integrazione con la società civile quasi nulle. I rapporti di forza che si sono sviluppati in questi giorni a Rosarno non lasciano però allo Stato la possibilità di rimpatriare i clandestini, a cui è stata concessa la possibilità di lasciare i centri in cui sono stati trasferiti. Gli irregolari che abbandoneranno i centri rimarranno clandestini per la legge, insomma il ministro trasferisce gli irregolari di un centinaio di chilometri e poi li lascia liberi di ritornare dove lavoravano. Non si sa mai che qualche ’ndranghetista non ne abbia bisogno per la raccolta della arance che inizia a breve.

venerdì 8 gennaio 2010

La Piana di Gioia Tauro

Consiglio vivamente a chiunque voglia leggere questo post di ascoltare attentamente le parole di Pasolini prima d'iniziare.

Da ieri sera tutta Italia conosce Rosarno e la Piana di Gioia Tauro, mi fa specie sentirne parlare in radio e leggerne sui quotidiani. Per me Gioia Tauro è e resterà sempre la fermata del treno per casa dei nonni.

Per la prima volta poco più di un anno fa i migranti della Piana si "conquistarono" un posto nelle cronache nazionali, dovuta alla denuncia di un’associazione umanitaria sulle condizioni di vita dei braccianti stranieri che ha fatto eco un episodio di violenza. Scavando su internet si trovano vari reportage fatti da piccoli organi di stampa nel corso del 2009, da segnalare quello di Fortress Europe.

Non mi dilungo sulla situazione attuale ne sulle condizioni di vita dei migranti, ma vorrei spendere due parole sulla criminalità organizzata che ha radici in questa zona. Il ministro Maroni, sostenuto dal sempre fido Mantovano, ha ribadito, a forza di dichiarazioni, che i fatti di ieri sera sono riconducibili alla sola immigrazione clandestina. Nelle ore precendenti alle violenze di Rosarno, lo stesso ministro degli Interni, durante una conferenza stampa a Reggio Calabria, spiegava quanto lo Stato abbia fatto contro la ‘ndrangheta. Le dichiarazioni del ministro erano legate alla recente esplosione, di indubbia matrice mafiosa, davanti alla procura della repubblica di Reggio. Maroni ha elencato le varie "vittorie" dello Stato contro la ‘ndragheta. La percezione di chi vive in queste terre è ben diversa. Parlando con un mio cugino, reggino doc, nato e cresciuto a Reggio, è risultata chiara la differenza che passa tra la lotta che lo Stato combatte contro la mafia siciliana e quella con la ‘ndrangheta. Della mafia calabrese se ne parla poco, forse un po’ si più dopo la strage di Duisburg, e le risorse statali per combatterla sono molto limitate soprattutto in confronto a quanto è stato speso contro Cosa Nostra. La 'ndrangheta è stato nello stato, più forte, più ricco, più capillare e più radicato della mafia siciliana.

Oggi Maroni ha sottolineato nuovamente che il governo non si vuole spendere contro la ‘ndragheta, che controlla i flussi dei lavoratori stagionali e che li sfrutta facendoli lavorare e vivere in condizioni inumane. Lo Stato vuole chiudere a chiave le porte dell’Italia, lasciando fuori gli sfruttati, ma senza affrontare il problema vero della Piana di Gioia Tauro: gli ‘ndraghetisti che sfruttano migranti, autoctoni e risorse locali.

Nel 2008 Arte, televisione franco-tedesca di servizio pubblico, ha prodotto un documentario su un’indagine svolta a Rizziconi, a pochi km di curve da Rosarno. Dai dialoghi tra commissari, ispettori e il procuratore si evince il potere che la criminalità organizzata ha nella Piana di Gioia Tauro. Mi è oscuro il perché un tale documentario sia prodotto e distribuito da una rete televisiva europea, alla quale la Rai ha rifiutatodi partecipare, e non da una rete italiana.

lunedì 4 gennaio 2010

L'altro Sinai

Il Sinai è una delle mete più ambite dagli italiani che amano il suo mare, gli alberghi extra-lusso e i pacchetti all-inclusive dei villaggi turistici; questa, però, non è che una faccia della penisola egiziana. Il Sinai è la terra dei beduini e la si può godere nella sua forma più autentica nella zona ovest, sul golfo di Aqaba.

Arrivo dal confine israeliano a Eilat e in pochi metri l’organizzata e automatizzata frontiera israeliana, con tanto di aria condizionata, si trasforma nelle ciabatte dei soldati di confine egiziani. Un taxi mi porta a Ras al Satan, il corno del diavolo, 40 chilometri più a sud. Le verdi aiuole di Eilat sembrano lontane centinaia di chilometri, il paesaggio é spoglio: il deserto roccioso del Sinai. L’autista mi si propone come guida per i prossimi giorni e mentre la strada si insinua in una serie di piccole valli brulle, mi dice che per una cifra irrisoria mi avrebbe portato alla scoperta delle oasi che si trovano a meno di un giorno di jeep. E poi all’improvviso davanti ai nostri occhi appare il Mar Rosso.

Sulle spiagge di Ras al Satan ci sono, uno dietro l’altro, una dozzina di campeggi tutti con la medesima struttura: una baracca centrale, dove c’é la cucina, e tutto attorno tante piccole capanne, fatte di palme, a una ventina di metri l’una dall’altra. Questa lingua di terra si trova in un posto incantato: da un lato le montagne desertiche e dall’altro il mare, colorato dai coralli, e si vede l’altra sponda del golfo con sullo sfondo le montagne desertiche dell’Arabia Saudita. Mi scelgo una capanna e senza pensare faccio una corsa verso il mare e mi tuffo. Mossa sbagliata, i coralli che crescono fino al pelo dell’acqua mi graffiano piedi e ventre. Solo un’ora dopo un ragazzo mi dice che per fare il bagno esiste un corridoio di sabbia che si apre a pochi metri da dove mi sono tuffato.

Le passeggiate mattutine sul bagnasciuga mi rivelano un mare vivo, ad ogni passo vedo parti del fondo marino che si muovono, crostacei di cui non immaginavo l’esistenza scappano in ogni direzione. La sensazione più bella me l’ha regalata il mio primo pomeriggio di snorkeling: bastano un boccaglio e una maschera e il mondo prende un’altra prospettiva. Immergersi è come far scattare un interruttore: da un paesaggio desertico, si passa a una fauna e una flora marina tra le più lussureggianti. Nei giorni successivi faccio diverse escursioni con dei sub che mi portano a scoprire angoli spettacolari della natura marina locale. Il mare è anche specchio della cultura beduina, le tende sulla spiaggia ospitano le donne che con i bambini vengono a cercare rifugio dal caldo nella fresca brezza marina. Le donne della comunità locale sono coperte dal hijab, ampio velo che copre capelli, orecchie e nuca, mentre più rare sono le signore completamente celate dal burka. Gli uomini, invece sia vestiti all’occidentale, sia con gli abiti tradizionali gestiscono i campeggi, fanno da guida nelle immersioni e scarrozzano i turisti nel deserto.

Appena il sole inizia ad allungare le ombre, le tettoie, davanti alla baracca centrale del campeggio, si riempiono di affamati. Il sole caldo, caldissimo, non permette di mangiare durante il giorno e appena la temperatura inizia a scendere le cucine si animano. Il gestore del campeggio mi chiede cosa voglio mangiare e dopo aver preso l’ordinazione mi dice che ci vorrà un pò di tempo, aggiunge “anche un’ora” cosa che mi spaventa perché detto in arabo può voler dire di tutto. Come da tradizione il pasto viene servito sui tavoli bassi e i commensali siedono in terra su grandi tappeti di cotone colorato. Non esistono posate e piatti solo dei grandi vassoi con le portate e larghe pitte di grano nero che svolgono il triplice ruolo di pane, forchetta e tovagliolo. Il pasto è a base di pollo, formaggio fresco e insalata. Non appena vedo il pollo capisco perché ci sia voluto tutto questo tempo: nel pomeriggio avevo notato che in un recinto dietro le cucine c’era il pollaio. Insomma la mia ordinazione implicava andare a prendere il pollo tirargli il collo, spiumarlo e cuocerlo. Ho in bocca un animale che meno di un’ora fa beccava in terra. Orgoglio carnivoro.

Il campeggio è animato dalla gioventù del Cairo, universitari che hanno sfruttato le vacanze di fine Ramadan per fare sei ore di macchina e dare libero sfogo al loro divertimento. Gli stessi ragazzi che vedrei seri e affaccendati per le vie della capitale qui si concedono grandi bevute in pubblico. In Egitto l’alcol non è illegale, ma si può acquistare e consumare solo in privato o in alcuni locali lontani dagli occhi di tutti. Un personaggio locale é una signora francese che vive nel campeggio da diversi anni, arrivata l’età della pensione ha fatto un viaggio in Sinai e non è più tornata a casa. La sua pensione le basta per vivere in una bella capanna al fondo del campeggio e dice che dopo i primi mesi si è completamente abituata non avere luce elettrica e acqua corrente. Nella zona ci sono inoltre molti turisti israeliani che attirati dai prezzi bassissimi e dall’ospitalità beduina, decidono di ignorare le continue raccomandazioni dei ministeri di Tel Aviv, nelle quali si definisce il Sinai pericoloso. C’è sempre una strana concomitanza di feste musulmane ed ebraiche, in questo caso per gli arabi si festeggia la fine del Ramadan e per il giudaismo ricorre l’anno nuovo e lo Yom Kippur. Si radica sempre più in me l’idea di complementarità di queste due culture. Nella mia settimana di permanenza non ho incontrato italiani e pochissimi europei, l’impressione è quella di essere in una bolla dove pace e armonia con la natura regnano sovrane: il sole e le miriadi di stelle governano le giornate e le uniche urla provengono dai giocatori di backgammon.

La porta d’uscita del Sinai per gli egiziani é Nuweiba, da qui si può prendere un traghetto per Aqaba, in Giordania e da lì proseguire per la penisola araba fino al Golfo Persico. Gli egiziani sono un popolo di migranti, una piccola parte cerca fortuna in Europa, mentre la maggioranza tenta la via verso i paesi arabi della regione. La strada più veloce sarebbe il nord del Sinai, per poi attraversare Eilat e arrivare in Giordania, ma le autorità israeliane non permettono agli egiziani di attraversare il loro territorio e quindi chi deve lasciare il Sinai lo fa attraverso il porto di Nuweiba. In molti mi avevano sconsigliato di viaggiare su quel traghetto, ma la curiosità ha vinto. Di buona mattina mi presento alla biglietteria e immediatamente intuisco di aver fatto un errore.

Ci sono due traghetti giornalieri, uno dei quali con denominazione fast su cui cade la mia scelta. Con biglietto alla mano si accede al porto, dopo dei sommari controlli di sicurezza e il timbro sul passaporto si entra nella sala d’attesa per la partenza del traghetto. Comprendo la profondità del mio errore. Davanti al bagno ci sono due file, una per chi deve usare le turche e l’altra per chi si vuole lavare i piedi nel lavandino, precetto islamico della pulizia prima della preghiera. Questo non mi allarma più tanto, ma quando vedo che l’acqua ricopre il pavimento e si prepara ad allagare tutta la sala, inizio a essere spaventato per le condizioni igieniche.

Lo stanzone è lungo più di 100 metri e largo una decina, panche di legno dividono l’ambiente in più aree, l’areazione arriva da piccole finestre a diversi metri da terra. La luce non riesce ad entrare, questo fa si che il sole non batta all’interno della stanza facendo alzare la temperatura, ma crea un ambiente in penombra dove tutto sembra ancora più sporco di quel che é. Passo in quella sala più di 6 ore senza che nessuno ci venga a dire quanto ritardo ancora farà il traghetto, per terra si accumula immondizia e ognuno bivacca come può seduto sui propri bagagli. Appena saliti sul traghetto un caffè e l’aria condizionata mi fanno dimenticare tutto e in paio d’ore saremo in Giordania.

lunedì 21 dicembre 2009

Servizio civile per immigrati

La deputata Livia Turco ha presentato oggi al Parlamento una Proposta di legge per rendere accessibile il Servizio civile ai giovani immigrati.

Si legge nel documento che il servizio civile è un momento di approfondimento della coscienza civica e facilita l’integrazione sociale. Il Parlamento dovrebbe essere sensibile al tema poiché è allo studio in questi giorni la riforma sulla cittadinanza. Tra le proposte più accreditate c’è quella dell’On. Granata, appartenente corrente finiana del PDL, la quale sarebbe però bloccata in commissione dalle pressioni leghiste. Uno dei nodi da scogliere sembra proprio essere il percorso di conoscenza e avvicinamento alla società civile italiana che il giovane immigrato deve seguire per ottenere la cittadinanza.

La proposta di legge sull’apertura del servizio civile ai giovani immigrati ha le sue radici nell’esperienza triennale del Comune di Torino, dove l’assessorato alle Politiche per l'integrazione, guidato da Ilda Curti, ha attivato già diversi servizio civilisti stranieri e in alcuni casi ne ha permesso l’inserimento lavorativo al termine del servizio.La proposta della Turco è si un forte segnale di apertura , ma il servizio civile sta attraversando un periodo di crisi profonda, infatti in due anni i fondi stanziati dal governo sono stati quasi dimezzati riducendo da 43mila a 25mila il numero volontari in servizio. Il contesto di Torino, città che da sempre è all’avanguardia sui progetti d’inclusione sociale, è ben poco riproducibile su scala nazionale, soprattutto alla luce dei tagli effettuati dal governo sembra molto difficile, anche se altrettanto auspicabile, la creazione di un fondo speciale, 20milioni di euro, per l’attivazione dei nuovi volontari.