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venerdì 9 luglio 2010

Rifugiati abbandonati in Libia come in via Asti

Sono più di 200 i profughi eritrei che la settimana scorsa hanno lanciato una do- manda di aiuto alla comunità internazionale. Sono rinchiusi nel carcere di Al-Braq, nel sud della Libia, da dove sono riusciti a inviare un disperato sms: "Siamo col- piti da malattie contagiose, la tortura è una pratica comune e, quel che è peggio, siamo rinchiusi in celle sotterranee dove la temperatura supera i 40°. Stiamo sof- frendo e morendo". Molti di questi eritrei sono vittime dei respingimenti effettuati da Marina e Guardia di Finanza italiane. In particolare 11 di loro sono stati bloccati in mare il 1° luglio 2009 riportati in Libia e fatti sbarcare. Se fossero riusciti a rag- giungere l’Italia avrebbero chiesto e ottenuto l’asilo politico. La Libia ha il regime che tutti conosciamo e in linea con i propri dettami politici autoritari non ha firmato la Convenzione di Ginevra sui rifugiati e non ha una legislazione sull’asilo politico. Lo scorso 30 giugno era iniziata a circo- lare la notizia di una rivolta nelle carceri libiche di Misratah, causata dalla richiesta d’identificazione dei detenuti eritrei, da parte dell’autorità della prigione. L’identificazione sovente implica il rimpatrio e gli eritrei sanno bene che ad aspettarli nel loro paese ci sono carcere, torture e lavori forzati oppure la morte. Dopo aver sedato la rivolta le forze dell’ordine avevano as-
segnato a un altro carcere i più di 200 pro- fughi, trasferimento dentro due container arroventati sotto il sole del Sahara, arrivo a Al-Braq per subire trattamenti inumani: pestaggi e violenze, sistematiche e ripetute. Erano però riusciti a nascondere ai secondini un telefono cellulare, con il quale hanno recapitato al mondo la drammatica richiesta di soccorso, che viene rilanciata per giorni soltanto dall’Unità. Poi la riprendono giornali di altri paese, finalmente an- che gli altri media italiani, e scoppia il caso internazionale: la Libia ha una “protezione” speciale da parte di Silvio Berlusconi, e quindi tocca ai ministri italiani cercare di risolvere la situazione con la proposta di risolvere la questione inserendo i profughi in campi di lavoro. Certo per queste 200 persone, e per chissà quanti altri, non ci sono molte scelte: scappano da un paese in guerra, nel quale verrebbero perseguitati se vi facessero ritorno, vengono torturati in carcere in un paese che non gli riconosce nessun diritto e che gli offre come “salvezza” i lavori forzati. È ovvio che sognino l’Europa per ricominciare a vivere. In par- ticolare l’Italia che dista solo poche ore di navigazione dalle coste libiche, ma cosa li aspetterebbe una volta qui? Ascoltando le testimonianze dei rifugiati che dall’11 settembre 2009 abitano in via Asti verrebbe da dire che i sogni non si realizzano mai. Infatti nell’ex caserma vivono ancora 70 persone alle quali è stato concesso l’asilo
politico, la maggior parte di origine somala e alcuni sudanesi. La quasi totalità ha se- guito corsi di italiano e di avviamento al la- voro, ma praticamente nessuno ha trovato un impiego. Lo scorso autunno quasi 180 rifugiati, tutti uomini, lasciarono la clinica di Corso Peschiera per trasferirsi in via Asti, assecondando la volontà del Comu- ne che aveva promesso una vita dignitosa a ciascuno di loro. Intanto i fondi stanziati per l’emergenza sono finiti e almeno 70 ri- fugiati sono ancora senza un lavoro, sen- za una casa, senza niente. Per chi vive in via Asti sono tempi duri: l’autogestione imposta dalla mancanza di un ente forte che possa ricoprire il ruolo di gerente della struttura, sempre meno presenze di associazioni e volontari, niente più pasti da tre settimane e la scadenza di fine mese entro la quale tutti dovranno lasciare la ex-caserma. Mohammed e Youssef vanno tutti i giorni alla mensa della Caritas: "Non ci portano più da mangiare – racconta Mohammed - e non abbiamo i soldi per fare la spesa. Io vivo da quasi due anni in Italia e non ho trovato lavoro neanche per un giorno. Il Comune ci farà vedere una casa e se noi non accetteremo di trasferirci lì, non potremo nemmeno più tornare qui in via Asti. Sono scappato dalla Somalia dove c’è la guerra, ma ora in Italia non corro il rischio di morire ma non so come vivere. Ho troppi problemi: la casa, il mangiare, il lavoro. Tutto".

Tratto da Terra Comune
Per scaricare il numero di questa settimana qui

venerdì 25 giugno 2010

posteggio clandestino

Una domanda. Se uno può spendere decine di migliaio di euro per una macchina, come è possibile che non abbia un euro per parcheggiarla nel posteggio sotterraneo di Piazza Vittorio e la debba lasciare in mezzo alla piazza?
Sarà che non possiedo una macchina e che quindi non mi rovino mai le serate per cercare posteggio, ma penso che chi parcheggia sui marciapiedi è il più incivile dei cittadini. In particolare nelle zone piene di locali che la sera su quei marciapiedi dovrebbero accogliere i fumatori tra una birra e l’altra. A Torino la zona peggiore è quella dei Murazzi dal giovedì alla domenica un serpentone di auto si posteggia sugli ampi marciapiedi da Corso San Maurizio fino al a Corso Vittorio Emanuele II. Esattamente tutta la strada che io percorro per andare da casa fino al parco del Valentino, la mia metà prediletta per le serate estive.
Nel corso del tempo ho reagito in modi diversi a questa invasione di posteggi abusivi, qualche volta me ne lamento, altre cerco di spiegare a chi posteggia quanto sia incivile, una sera in preda a fumi dell’alcol ho fatto saltare un paio di specchietti, seguendo il principio che ho importato da oltralpe. Sabato scorso dopo l’ennesimo zig-zag tra le vetture posteggiate vedo un nutrito gruppo agenti dalle divise più diverse: 5 o 6 vigili, 2 carabinieri e 2 alpini. Stavano chiacchierando davanti alla discesa per scendere ai Murazzi.
Mi avvicino e chiedo di parlare con un vigile, il più alto in grado si rende immediatamente disponibile e gli domando il perché non passino a fare un po’ di multe a tutte queste auto parcheggiate in mezzo alle palle. Il vigile inizia col dirmi che è meglio che io gli lasci fare il suo mestiere e che io mi faccia il mio. Invito a nozze: “Sono un giornalista e di mestiere controllo che lei faccia il suo!”.
La conversazione cambia tono, il Commissario, così si fa riconoscere, mi racconta che ci sono degli agenti in borghese che passano e con una videocamera fanno multe a strascico a tutti quelli parcheggiati male. Bah, mica mi convince! Ho cercato di informarmi in questi giorni per verificare questa notizia, ma con poca fortuna. Unica notizia sicura sulle multe a strascico è l’entrata in servizio di un paio di unità a Milano che sanzionano il parcheggio in doppia fila.
Comunque se non sono lì per fare delle multe e nemmeno per fare il palloncino, domando come mai sono in 10 persone, con dieci pistole, davanti all’ingresso della movida torinese. Il Commissario risponde che sono lì per controllare i documenti agli extracomunitari: “Perché se no, sa quanti ne scendono! Dobbiamo controllare i documenti.”
Insomma a Torino per scelta del comandante i vigili invece di occuparsi del decoro urbano e della viabilità delle strade, vanno in cerca di stranieri. Le ronde non sono funzionate, ma tanto il Chiamparino ci mette i vigili a fare i vigilantes.

lunedì 7 giugno 2010

gare de lyon - porta susa

Gare de Lyon 07.42, Torino Porta Susa 13.17, niente di più semplice. Sali sul treno con ancora l’odore di croissant au beur nelle narici, chiudi gli occhi e ti svegli solo dopo qualche ore per vedere la campagna lyonnaise. Il giornale ancora intatto comprato alla stazione della metro e la tranquillità di iniziare una breve giornata di lavoro solo nel primo pomeriggio. Non c’è nulla di più invitante, per essere un lunedì, è ovvio.

L’Unione Europea ha abbattuto i confini e le dogane interne, ma su questo treno c’è sempre un breve controllo. Solo qualche giorno fa sulla tratta inversa, Torino-Parigi, 6 poliziotti francesi, di cui due con delle belle divise con su scritto Douane, saliti sul Tgv hanno controllato i documenti di tutti e diversi bagagli. Negli ultimi anni ho preso sovente questo treno e capita piuttosto raramente che le forze dell’ordine invitino qualche passeggero a scendere e a seguirli per ulteriori controlli.

Il treno si ferma a Modane e lascia salire due poliziotti italiani -­qui giù tutti a piangere miseria sulle terribili condizioni in cui si trovano le nostre forze dell’ordine, dove i francesi ne mettono 6, noi solo 2- accompagnati da una bionda collega della police nazionale. Che sono connazionali lo potrei scoprire anche se indossassero una divisa di un altro stato, infatti non procedono con il controllo dei documenti di tutti i viaggiatori, bensì si rivolgono solo alla persone di colore del vagone. Ci sono circa 100 persone, di cui 3 evidentemente extracomunitarie: una ragazza africana, un giovane dell’asia meridionale e un attempato signore magrebino, che con il suo zuccotto nero ha letto per tutto il viaggio un libro arabo dalle scritte colorate. I poliziotti chiedono i documenti a 5 o 6 persone, o meglio qualche francese sporge la propria carta d’identità e i due agenti fanno finta di leggere i dati di qualcuno, ma la loro attenzione va tutta per i tre “evidentemente extracomunitari”.

Mi vergogno di vivere in un paese con delle forze dell’ordine così razziste.

Prendendo questo treno andando a Parigi avrei paura anche solo di portarmi dei petardi o des petards, per i controlli della polizia francese, mentre a ritornare in italia non c’è problema, potrei avere nelle valigie non bottiglie di vino, ma dell’esplosivo e nessuno mai mi controllerebbe: questa mia faccia da meridionale vale più che un passaporto diplomatico africano per le nostre forze dell’ordine.

lunedì 31 maggio 2010

manifestazione sufi






giorgio da voghera

Ci sono angoli di questa città che oramai odorano di casa: piccoli bar, panchine assolate, fermate di bus, i cessi della facoltà di scienze politiche e poi i banchi dei contadini a Porta Palazzo il negozio cinese di via Berthollet, il panettiere in corso San Maurizio.
Tra questi uno spazio che mi ha da sempre trasmesso del bene è il Fattore K in Vanchiglia. Oltre ad avere l’enorme pregio di essere a due isolati da casa è un ambientino che sa sempre come coccolarti. Grandi, enormi e comodissimi divani di pelle bianca attorniati da decine di oggetti plasticosi del miglior design degli ultimi 40 anni, a colorare il tutto una carta da parati che anche solo quella vale il tempo di arrivare fino al locale.
Venerdì sera in un mix di pioggia e birre chiare ci siamo lasciati avvolgere dai divani del Fattore K. Graditissima sorpresa è stata la serata OpenMic: chiunque aveva il diritto di mettersi davanti al microfono e cantare per un paio di canzoni. A iniziare è stato Giorgio da Voghera.

Dopo una presentazione melanconica il giovanotto di Voghera, suona 4 pezzi suoi, belli ritmati e mostra una voce non troppo allenata, ma molto gradevole. L’ultimo pezzo, prima di lasciare il microfono ad altri, mi è sembrato un piccolo capolavoro: un testo ammiccante e divertente con bel ritmo. L’ho registrato quasi per gioco, ma ci sono buone possibilità che diventi il mio personale tormentone estivo.

martedì 25 maggio 2010

toretti

Nella mia insana iperattività primaverile ho deciso di dedicare un’ora al giorno a filmare una fontana torinese. I famosi toretti sono diventati così il fulcro del mio dolce far nulla. Mi piazzo con la telecamera a pochi metri da una fontana, premo rec e apro il mio libro. Dopo un’ora mi risveglio, premo stop e vado a casa. L’intenzione è quella di monitorare quanto questi toretti sono usati e in particolare quanti “utenti” dissetano in un’ora.

Oggi però mi è andata male. Trovo una bella fontana dentro il Valentino, accanto a un parco giochi, posiziono la camera e sono in un brodo di giuggiole perché l’inquadratura viene insolitamente bene. Dopo una decina di minuti mi si avvicina un signore distinto sulla quarantina, mi domanda a cosa servono le riprese. Un po’ restio all’inizio si placa non appena vede il tesserino dell’ordine dei giornalisti. Ancora un paio di domande e si allontana con una frase premonitrice “Stia attento, la videocamera potrebbe essere fraintesa”. Ma come ho oramai collezionato una decina di toretti senza alcun problema…

Leggo ancora una mezza pagina del libro e mi avvicina un secondo signore, il gestore del chiosco lì vicino, che è meno cordiale del primo: “Stai filmando! Hai un permesso? No, non ce l’hai! Allora chiamo la polizia!”. Nemmeno il tempo di dirlo e digita il 113, non ho ancora aperto bocca e lui al parla con il pronto intervento “Venite voi o lo devo ammazzare io sto pedofilo?”.

Mette giù e mi dice “non ti muovere se non finisci nei guai”. Il suo punto di vista è quasi giusto, lui che ne sa chi sono io, che faccio e se quelle riprese le metto su internet con tutti quei bambini che bevono dalla fontana. Però poi rincara “Stai riprendendo tutte le bambine con le gonne, mentre si abbassano per bere”.

Allora nei pochi anni che ho vissuto mi hanno etichettato in tutti i modi: drogato, alcolizzato, peccatore, lussurioso, comunista, fumatore, bugiardo, casinista, provocatore, omosessuale, ladro, facinoroso, violento, irascibile, fascista e sovente mi danno del negro, anche se non è che sia proprio una mia caratteristica, ma mai del pedofilo.

Bene, io provo a spiegare quel che faccio, che le bambine come tutti quanti gli altri verranno resi irriconoscibili dalla velocità a cui verrà prodotto il filmato. Gli provo a dire che ho il diritto di filmare perché siamo in uno spazio pubblico. Gli provo a far capire che è un lavoro che va a favore proprio dei bambini che in quella fontana trovano ristoro. Nulla da fare mi dice “Tu per me sei un pedofilo, io ho una figlia di 4 anni. Se parli ancora ti riempio di botte”.

La polizia arriva. Il “chioscaro” racconta agli agenti che lui chiama sempre non appena vede un personaggio sospetto: “ho chiamato anche ieri perché c’erano due che si drogavano”. Un agente prende i documenti e l’altro prova a capire perché sono dovuti venire lì. Cerca di spiegare che è perfettamente legale quello che sto facendo, che posso riprendere e che nel caso le immagini rendessero riconoscibile qualcuno dovrei chiedere un’autorizzazione. Qui il colpo di scena. Il “chioscaro” s’incazza: “perché dovrei fidarmi di lui? Solo perché è un giornalista?”.

Beh, che dire, forse ha ragione. Sono mesi che ci penso, non appena ci si dichiara come cronisti la gente ti guarda storto e cambia espressione. I medici hanno il giuramento di Ippocrate, noi abbiamo il praticantato dove vai avanti solo se impari a metter ei piedi in testa ai colleghi.

Domani metto un adesivo del Grande Fratello sulla videocamera, così vedrai che anche il chioscaro si vorrà far riprendere con sua figlia in braccio.

lunedì 10 maggio 2010

pedali per l'auto

Nei suoi ultimi anni di rinnovamento urbanistico Torino ha deciso di regalare ai pedoni la centralissima via Lagrange. Niente più macchine e decine di vetrine agghindate per attirare i cittadini a passeggio. Per me ciclista, la via pedonale è una risorsa incredibile, particolarmente nei momenti meno trafficati: ore pasti e notturne.
La domenica a mezzogiorno con la via pedonale completamente sgombra e con un treno da prendere in pochi minuti, mi sono messo a pedalare di buona lena, forse troppa. Ad uno dei diversi attraversamenti carrai spunta il muso di una macchina di un vigilantes. Rallento e schivo. Il carissimo vigilantes si sente in necessità di strombazzare con veemenza. Mi fermo e gli faccio notare che le macchine dovrebbero dar precedenza a pedoni e ciclisti, ed evitare di spaventarmi suonando senza ragione. Il finestrino di abbassa e con indice puntato la guardia urla: “Se ti prendevo mi pagavi pure i danni”. Beh io gli ho risposto, lui è sceso con entrambe le mani già sulla cintura, alla quale era attaccata una bella pistola. Mi sono detto che se non ero morto investito, non valeva la pena di prendersi una pistolettata per far capire al mio caro vigilantes che, almeno in centro città, le auto dovrebbero viaggiare facendo attenzione a chi auto non è.
Questa storia mi frulla in testa tutta la giornata e stasera mi siedo e guardo con piacere Report, che parla appunto dell’Italia come il secondo paese più motorizzato al mondo, primi gli Usa. Nel Belpaese ci sono 6 macchine per ogni dieci abitanti del danno che fanno, la giornalista fa luce su quanto le auto pesano sull’economia e sul tempo che ci fanno perdere. Sentendo queste notizie mi guardo con la mia compagna e mi sento fiero delle nostre biciclette e dei nostri viaggi in treno.
A metà dell’inchiesta Report si ferma per la pubblicità. 10 spot in questo ordine: scarpe, auto, caffè, auto, alimentari, auto, medicinali per cani, telefonia e poi due spot su programmi che andranno in onda nei prossimi giorni. Insomma a metà di un’inchiesta denuncia contro le automobili e la schiavitù che creano, la Rai non ha potuto fare a meno di mantenere i telespettatori legati alla realtà ricordandogli che bisogna cambiare la macchina al più presto per non perdere gli incentivi. Io invece continuo a sognare e a pedalare.

giovedì 29 aprile 2010

il calcio dei rifugiati

Come buona parte dei cittadini italiani, anche io ieri sera mi sono visto le due ore di partita tra il Barcellona e l’Inter. Non sono un fanatico di calcio, anzi diciamo che mi annoia pure un pò, ma per un motivo o per un altro me ne faccio sempre una buona dose. Ieri sera è stata però la più singolare di tutte le partite che ho visto e non per la partita in se, ma per il luogo dove l’ho vista e perché non mi capita sovente di vedere una partita con il commento in arabo.

In via Bologna, a Torino, c’è uno stabile comunale che ormai da anni è occupato, al momento ci vivono tra i 70 e i 90 rifugiati politici. Vengono da tutti i posti che noi siamo abituati a sentire solo al telegiornale, quei paesi dove noi “occidentali” mandiamo i nostri eserciti per portare la pace. Circa 40 di loro ieri sera sedevano con me davanti a un minuscolo televisore a 14 pollici, per guardare la semifinale di Champions League. Probabilmente anche molti dei militari italiani in missione guardavano la partita ieri sera e vicino a loro c’erano i mezzi d’assalto e le armi necessarie per portare la pace.

I ragazzi che con me vedevano la partita ieri sera, sono rifugiati politici in Italia, la maggior parte parla italiano più di quanto un soldato italiano saprà mai parlare afgano o somalo. I ragazzi che vivono in via Bologna, scappano ognuno dal proprio paese in guerra, da una storia di violenza e persecuzione. I “nostri” militari sono disposti ad andare fino in Asia per portare la pace, ma lo Stato italiano non è capace nemmeno di trovare una casa ai profughi che arrivano in Italia per scappare da quelle guerre che i “nostri” soldati combattono.

Ieri sera qualcuno tifava Barcellona e altri tifavano Inter, non tanto per amore di una squadra, quanto piuttosto per i giocatori che militano nei due club, inutile dire che Eto’o, raccoglie i più grandi consensi. Una cosa però accomunava tutti: il fatto che tra pochi mesi tiferanno tutti Italia, perché “l’Italia ci ha accolti”. Come li ha accolti?

Finita la partita faccio un breve giro per la casa, dove si dorme in giacigli di fortuna e la si cucina e in un sottoscala, le condizioni igieniche generali sono terribili. L’Italia li avrà accolti, ma il massimo che sappiamo fare è dar loro la possibilità di occupare uno stabile fatiscente sotto la continua minaccia di essere sgomberati e diventare sfollati in Italia oltre a essere rifugiati. Paradosso dei paradossi noi andiamo a casa loro con le armi, distruggiamo tutto in nome della pace, loro vengono in Italia per sfuggire alle guerre che noi combattiamo o finanziamo e le uniche cose che sappiamo dargli è un permesso di soggiorno e una stretta di mano. La guerra in Afghanistan costa all’Italia 2 milioni di euro al giorno, cosa potremmo fare con quei soldi se i nostri soldati si prendessero un paio di settimane di ferie?

lunedì 5 aprile 2010

cittadinanza piemontese


Per la Santa Pasqua tutta la famiglia si è seduta attorno al tavolo per dare sfogo alla insaziabile voglia di cibo che dilaga nei grandi raggruppamenti di consanguinei durante le feste. Eravamo poco più venti con un tavolo a parte per i minori di 14, che non hanno il diritto al calice di bollicine a fine pasto. Inutile dire che questo genere di pranzi non ha alcuna possibilità di durare meno delle 4 ore, ma in giornate come oggi si arriva tranquillamente anche a sei. Tutte queste ore e tutto questo cibo esistono solo se la conversazione è attiva e stimolante, tanto che alcune delle decisioni più strambe si prendono proprio in questi pranzi giustificate da lunghi e contorti ragionamenti di gruppo. Vi sono poi momenti di democrazia partecipativa: durante l’ultimo pranzo a casa dei miei la collettività ha deciso che eravamo troppo stretti ed è stato votata la possibilità di abbattere un muro. Può sembrare pazzesco, ma martedì mattina mia madre avrà a casa i muratori che le faranno metteranno fine alla divisione tra salotto e soggiorno.

In questo contesto si può ben immaginare che il tema del pranzo di oggi non potevano che essere le recenti elezioni regionali. Guardando il tavolo con occhio critico ci si vedeva seduti attorno un bel gruppo di professionisti: avvocati, un dirigente, un medico, un insegnante, un impiegato, l’ingegnere e l’artigiano. Tutta gente integrata e, a parte i due più anziani, tutti laureati. Ma ci siamo guardati e ci siamo detti qui nessuno di noi è piemontese, nessuno di noi è veramente “padano”.

Per la legge italiana il Ius Soli, diritto di cittadinanza per nascita, non è riconosciuto, se quindi il bambino di una coppia statunitense nasce in Italia sarà lui stesso statunitense e non potrà avere la cittadinanza per nascita. La domanda che è circolata per la tavola è stata se quindi noi tutti immigrati, di prima o seconda generazione, avessimo o meno la cittadinanza padana e se i nostri figli l’avranno per il solo fatto di essere nati in Piemonte. Secondo voi Cota ci rimanderà nei paesi in cui sono nati i nostri padri, sapete che vi dico: non l’abbiamo votato, ma se il Piemonte diverrà troppo verde potremmo decidere che la nostra cultura, la nostra professionalità, la nostra voglia di costruire una società sana stiano meglio in un posto dove non vengono fatte differenze tra padani e non. E forse, ma solo forse, in quel momento vorremo il federalismo fiscale, che lascerà il Nord pieno di infrastrutture vuote e il Mezzogiorno ricolmo di professionisti pronti a cominciare tutto daccapo. Cota non merita la mia famiglia.

martedì 30 marzo 2010

sono deBresso

Sono arrivato ai Magazzini Bresso quando già il risultato era abbastanza chiaro. Le percentuali si muovevano ancora, ma la rimonta di due punti e mezzo sembrava già più che impossibile. I Magazzini Bresso sono stati ideati e gestiti da Marco Grimaldi, staffista dell’assessore regionale Bairati. Grimaldi è notissimo in tutti gli ambienti della sinistra torinese. Mi ricordo di lui sin dalle manifestazioni negli anni del liceo, e non è un personaggio che può essere considerato un allineato a priori al PD, anzi.

Con queste premesse mi aspettavo di bere un birra davanti a uno schermo e capire quali erano i sensi di colpa che rodevano questa gioventù di belle speranze. Insomma tutti coscienti che Cota sarà una mazza nel culo per tutti, ma un po’ di autocritica della sinistra giovane mi avrebbe lenito le ferite. Invece appena il tempo di arrivare e sento le urla di questa bella gioventù che vuole andare “a trovare” il candidato della lista 5 Stelle, Davide Bono. Insomma Cota non era ancora eletto e ai Magazzini Bresso già si organizzavano le ronde contro i non allineati. Tutti arrabbiati e tutti miopi.

La coalizione di centrosinistra ha aperto la porta all'UDC che ha portato 74mila voti e un sacco di candidati condannati e imputati. Spingendo così, chi della casta non vuole sentir parlare, a prendere un’altra strada, magari anche con i grillini, che hanno raccolto 69mila voti. Soprattutto la scelta di mettersi in casa l’UDC ha convinto molti ex-elettori del PD a non votare; a farsi i cazzi propri che la politica è una cosa brutta e sporca. Come si può chiedere a qualcuno di scegliere un centrosinistra che è a favore sia della Tav che del nucleare?

Morale della favola la coalizione Bresso ha preso quasi 200mila voti in meno di quelli raccolti nel 2005, facciamo finta che metà di questi siano andati per Bono, ma gli altri 100mila, dieci volte il distacco da Cota, dove sono andati?

I giovani riformisti di sinistra non hanno bisogno di pensare a questo, a loro basta un capro espiatorio e come al solito nel centrosinistra chi parla contro la corruzione e di una politica più corretta merita tutto il biasimo possibile. Non si sa mai, se la ronda di ieri sera contro i grillini è stata efficiente potrebbe essere arruolata dalle camicie verdi. Così almeno il nuovo presidente avrebbe iniziato a risolvere il problema della disoccupazione giovanile.

martedì 9 febbraio 2010

Sosta ciclabile

Sopporto poco, se sono in giro sopporto ancor meno e se sono in giro in bici non sopporto le macchine e il poco rispetto degli automobilisti nei confronti dei ciclisti. Torino è una città fatta a immagine e somiglianza dei suoi padroni; gli Agnelli, che della macchina hanno fatto il riferimento di sviluppo di tutta la viabilità e l'urbanistica. Le piste ciclabili in città sono poche e sovente scomode. Sono molto pubblicizzate, ma poco curate e inutili per gli spostamenti in centro.

Una delle poche piste ciclabili istituita in una zona strategica è quella che passa da via Verdi, vicino alla zona universitaria. Infatti tutti questi studenti squattrinati e sfigati possono andare fino in piazza Castello senza dover rischiare la vita su via Po e senza rischiare di uccidere qualcuno sotto i portici. Ma qui la giunta comunale, o il consiglio non so a chi darne il merito, si è superato: ha disegnato le strisce della pista ciclabile da piazza Castello fin quasi in via Rossini, dove una pizzeria si è impossessata di un bel pezzo di marciapiede e pista per installarci il dehors. Sono sicuro che in comune non usano molto le bici e quindi si sono basati per la concessione di quel dehors sul film ET, dove a un certo punto le bici iniziano a volare. A questo aggiungiamo che qualche decina di metri prima c'è l'ingresso del rettorato dell'università, dove c'è sempre qualche veicolo in sosta. Mi è capitato di provare a spiegare qualche autista che quella è una pista ciclabile e non un parcheggio, ma la risposta è sempre del tipo "Io lavoro per il comune. Se vuoi chiama i vigili". Purtroppo non ho sempre tempo di fermarmi e aspettare la municipale, ma il tempo per una foto lo trovo sempre, nel post trovate quelle che ho fatto oggi.
Quest'estate un amico francese di Lille, dove le bici sono quasi una cosa seria, mi raccontava che quando era giovane e aitante, gli è capitato più volte, che per un riflesso incondizionato, gli si staccasse il piede dal pedale vicino a una macchina parcheggiata su una pista ciclabile e che come per magia saltasse lo specchietto. Mi diceva che con i sensi di colpa passava più volte a controllare se la macchina si fosse parcheggiata nuovamente sulla zona riservata alle bici, per ripagare il danno, ma la macchina che aveva perso lo specchietto aveva perso anche l’uso di parcheggiarsi sulla pista ciclabile. Usanze da importare.

giovedì 31 dicembre 2009

Meglio le minorenni


In questi giorni di frenetico shopping a Torino, in Via Lagrange, una via pedonale molto trafficata, è ospitata una mostra sulla comunità Lgbt, Lesbo Gay Bisex e Transgender. L’installazione, che verrà rimossa con l’arrivo dell’anno nuovo, è stata oggetto di dure critiche da parte di vari personaggi politici torinesi, tra questi si è distinto Roberto Ravello un consigliere comunale del Pdl, ribattezzato ultimamente Partito dell’Amore. Ravello ha chiedeva la rimozione della mostra perché a suo dire “offende il buon gusto di chiunque, non soltanto dei cattolici”.



Madonna che allatta


Qualcuno, sicuramente uno psicolabile, incitato dal clima d’odio, ha inciso su una delle foto esposte una croce celtica e una svastica. Il curatore dell’allestimento, Christian Ballarin, ha condannato il gesto riconducendolo al clima d’odio e d’intolleranza nei confronti della comunità Lgbt.

Il presidente del consiglio ha preso una statuetta in faccia e l’Italia si è fermata per due settimane, mentre è cronaca degli ultimi mesi di come la comunità omosessuale romana sia soggetta a incredibili violenze. Inoltre da mesi e si trovano trans morti tutte le settimane e le dichiarazioni più visibili dicono: “colpa dei loro costumi sessuali”. E Noemi Letizia? Andare con le minorenni è un gusto sessuale più accettabile che l’omosessualità!




mercoledì 23 dicembre 2009

Ancora di neve

Dall'alto della cultura

Il carretto passava e quell'uomo era gelato


lunedì 21 dicembre 2009

Torino di neve

Centri d'Indentificazione ed Espulsione: fermi per neve

Voce Bianca

Servizio civile per immigrati

La deputata Livia Turco ha presentato oggi al Parlamento una Proposta di legge per rendere accessibile il Servizio civile ai giovani immigrati.

Si legge nel documento che il servizio civile è un momento di approfondimento della coscienza civica e facilita l’integrazione sociale. Il Parlamento dovrebbe essere sensibile al tema poiché è allo studio in questi giorni la riforma sulla cittadinanza. Tra le proposte più accreditate c’è quella dell’On. Granata, appartenente corrente finiana del PDL, la quale sarebbe però bloccata in commissione dalle pressioni leghiste. Uno dei nodi da scogliere sembra proprio essere il percorso di conoscenza e avvicinamento alla società civile italiana che il giovane immigrato deve seguire per ottenere la cittadinanza.

La proposta di legge sull’apertura del servizio civile ai giovani immigrati ha le sue radici nell’esperienza triennale del Comune di Torino, dove l’assessorato alle Politiche per l'integrazione, guidato da Ilda Curti, ha attivato già diversi servizio civilisti stranieri e in alcuni casi ne ha permesso l’inserimento lavorativo al termine del servizio.La proposta della Turco è si un forte segnale di apertura , ma il servizio civile sta attraversando un periodo di crisi profonda, infatti in due anni i fondi stanziati dal governo sono stati quasi dimezzati riducendo da 43mila a 25mila il numero volontari in servizio. Il contesto di Torino, città che da sempre è all’avanguardia sui progetti d’inclusione sociale, è ben poco riproducibile su scala nazionale, soprattutto alla luce dei tagli effettuati dal governo sembra molto difficile, anche se altrettanto auspicabile, la creazione di un fondo speciale, 20milioni di euro, per l’attivazione dei nuovi volontari.