martedì 1 giugno 2010
gaza flotilla
lunedì 31 maggio 2010
domenica 2 maggio 2010
violenza al corteo
martedì 30 marzo 2010
sono deBresso
Sono arrivato ai Magazzini Bresso quando già il risultato era abbastanza chiaro. Le percentuali si muovevano ancora, ma la rimonta di due punti e mezzo sembrava già più che impossibile. I Magazzini Bresso sono stati ideati e gestiti da Marco Grimaldi, staffista dell’assessore regionale Bairati. Grimaldi è notissimo in tutti gli ambienti della sinistra torinese. Mi ricordo di lui sin dalle manifestazioni negli anni del liceo, e non è un personaggio che può essere considerato un allineato a priori al PD, anzi.
Con queste premesse mi aspettavo di bere un birra davanti a uno schermo e capire quali erano i sensi di colpa che rodevano questa gioventù di belle speranze. Insomma tutti coscienti che Cota sarà una mazza nel culo per tutti, ma un po’ di autocritica della sinistra giovane mi avrebbe lenito le ferite. Invece appena il tempo di arrivare e sento le urla di questa bella gioventù che vuole andare “a trovare” il candidato della lista 5 Stelle, Davide Bono. Insomma Cota non era ancora eletto e ai Magazzini Bresso già si organizzavano le ronde contro i non allineati. Tutti arrabbiati e tutti miopi.
La coalizione di centrosinistra ha aperto la porta all'UDC che ha portato 74mila voti e un sacco di candidati condannati e imputati. Spingendo così, chi della casta non vuole sentir parlare, a prendere un’altra strada, magari anche con i grillini, che hanno raccolto 69mila voti. Soprattutto la scelta di mettersi in casa l’UDC ha convinto molti ex-elettori del PD a non votare; a farsi i cazzi propri che la politica è una cosa brutta e sporca. Come si può chiedere a qualcuno di scegliere un centrosinistra che è a favore sia della Tav che del nucleare?
Morale della favola la coalizione Bresso ha preso quasi 200mila voti in meno di quelli raccolti nel 2005, facciamo finta che metà di questi siano andati per Bono, ma gli altri 100mila, dieci volte il distacco da Cota, dove sono andati?
I giovani riformisti di sinistra non hanno bisogno di pensare a questo, a loro basta un capro espiatorio e come al solito nel centrosinistra chi parla contro la corruzione e di una politica più corretta merita tutto il biasimo possibile. Non si sa mai, se la ronda di ieri sera contro i grillini è stata efficiente potrebbe essere arruolata dalle camicie verdi. Così almeno il nuovo presidente avrebbe iniziato a risolvere il problema della disoccupazione giovanile.
venerdì 19 febbraio 2010
fior di cipolla
martedì 9 febbraio 2010
Sosta ciclabile
Sopporto poco, se sono in giro sopporto ancor meno e se sono in giro in bici non sopporto le macchine e il poco rispetto degli automobilisti nei confronti dei ciclisti. Torino è una città fatta a immagine e somiglianza dei suoi padroni; gli Agnelli, che della macchina hanno fatto il riferimento di sviluppo di tutta la viabilità e l'urbanistica. Le piste ciclabili in città sono poche e sovente scomode. Sono molto pubblicizzate, ma poco curate e inutili per gli spostamenti in centro.Una delle poche piste ciclabili istituita in una zona strategica è quella che passa da via Verdi, vicino alla zona universitaria. Infatti tutti questi studenti squattrinati e sfigati possono andare fino in piazza Castello senza dover rischiare la vita su via Po e senza rischiare di uccidere qualcuno sotto i portici.
Ma qui la giunta comunale, o il consiglio non so a chi darne il merito, si è superato: ha disegnato le strisce della pista ciclabile da piazza Castello fin quasi in via Rossini, dove una pizzeria si è impossessata di un bel pezzo di marciapiede e pista per installarci il dehors. Sono sicuro che in comune non usano molto le bici e quindi si sono basati per la concessione di quel dehors sul film ET, dove a un certo punto le bici iniziano a volare. A questo aggiungiamo che qualche decina di metri prima c'è l'ingresso del rettorato dell'università, dove c'è sempre qualche veicolo in sosta. Mi è capitato di provare a spiegare qualche autista che quella è una pista ciclabile e non un parcheggio, ma la risposta è sempre del tipo "Io lavoro per il comune. Se vuoi chiama i vigili". Purtroppo non ho sempre tempo di fermarmi e aspettare la municipale, ma il tempo per una foto lo trovo sempre, nel post trovate quelle che ho fatto oggi.
Quest'estate un amico francese di Lille, dove le bici sono quasi una cosa seria, mi raccontava che quando era giovane e aitante, gli è capitato più volte, che per un riflesso incondizionato, gli si staccasse il piede dal pedale vicino a una macchina parcheggiata su una pista ciclabile e che come per magia saltasse lo specchietto. Mi diceva che con i sensi di colpa passava più volte a controllare se la macchina si fosse parcheggiata nuovamente sulla zona riservata alle bici, per ripagare il danno, ma la macchina che aveva perso lo specchietto aveva perso anche l’uso di parcheggiarsi sulla pista ciclabile. Usanze da importare.
domenica 31 gennaio 2010
Oush Grab Vs Shdema
La storia che vi racconto oggi è quella di una collina a due passi da dove vivevo a Betlemme. Il posto in questione si chiama Oush Grab, ed è un ex base militare fino al 1967 sotto il controllo delle autorità giordane, che tuttora mantengono la proprietà legale dell’area. La collina è stata successivamente occupata dall’esercito israeliano che l’ha abbandonata nel 2000. Da questa data l’area è stata utilizzata sempre di più dalla municipalità di Beit Sahour, comune in cui è situata. Durante il 2008 è stato costruito sulla collina un giardino con attrazioni per i bambini e un’area pic-nic. Un’associazione statunitense, Paidia, è riuscita a trovare i soldi per costruire una torre per l’arrampicata che viene utilizzata settimanalmente dai bambini della zona con il supporto di arrampicatori professionisti provenienti da tutto il mondo.
Naturalmente l’Autorità Palestinese ha visto in Oush Grab uno spazio molto appetibile per la costruzione di un’infrastruttura, la collina si trova infatti a pochi minuti di macchina dal centro di Betlemme. È stato quindi progettato un ospedale pediatrico da costruire al posto della base militare, ma un gruppo di attiviste di estrema destra israeliane, Women in Green, ha iniziato a rivendicare Oush Grab come luogo per la creazione di una nuova colonia, chiamata Shdema. Mi sembra persino superfluo dire che le motivazioni portate dal movimento israeliano sono prive di fondamento vi faccio un paio di esempi: “la zona è citata nella bibbia quindi è terra destinata da dio all’uso esclusivo del popolo israeliano” oppure “se si lascia che gli arabi costruiscano qui un ospedale poi lo utilizzeranno per sparare contro le altre colonie israeliane”.
A tutto questo va aggiunto il fattore geostrategico del sito: Oush Grab è l’ultimo lato in cui Betlemme si può espandere. Se si prende una cartina si nota come la città natale del nazareno sia circondata dalla presenza israeliana: a nord Gerusalemme, a ovest e a sud Gush Etzion, il più grande assembramento di colonie israeliane in Cisgiordania. A Betlemme non resta che un lato per il proprio sviluppo: l’Est esattamente dove si trova Oush Grab. Per avere un’idea di quella che è
Da una parte i coloni israeliani motivati dalla “donazione” che dio ha fatto loro e dall’altra una società palestinese che ha un disperato bisogno d’infrastrutture. In questi anni gli israeliani si sono presentati sul sito sempre armati e accompagnati dall’esercito, mentre i palestinesi ci si recavano con i bambini a giocare. Come è finita?
In questi giorni, mentre non si parla d’altro che di congelamento delle colonie, i palestinesi sono stati “consigliati” a non recarsi più sul luogo e oggi l’esercito israeliano ha dichiarato che riaprirà sul sito un presidio militare. Non è stato specificato perché e per quanto, ma possiamo immaginare che appena Israele regolerà i propri rapporti di forza con gli Usa gli avamposti come Shdema diventeranno da militari a civili.
domenica 24 gennaio 2010
Karaoke domenicale
A Mauerpark, una parco dove è conservato un bel tratto del muro, nel quartiere di Prenzlauer Berg tutte le domeniche c’è un enorme mercato delle pulci. Accanto al mercato qualche centinaia di persone si ritrovano nel primo pomeriggio per il karaoke più divertente che io abbia mai visto. C’è questo ragazzo che con una bicicletta esagerata si carica due casse audio, un mixer e un pc, si piazza in questo anfiteatro e inizia a prendere i nomi di chi vuole cantare cosa. Come in tutti i karaoke di strada ci sono interpreti fantastici e altri comici, ma il tutto è fatto con uno spirito che rende l’atmosfera incredibile.
Famiglie e ragazzi con una birra in mano, si siedono, cantano e battono le mani per un paio di ore. La cosa più inverosimile a gli occhi di un italiano: l’organizzatore non è mandato dal comune, ma fa tutto gratuitamente per il solo gusto di aggregare. Peccato che il tedesco sia un lingua impossibile perché se no ci sarebbe di andarci a vivere in una città così!
domenica 17 gennaio 2010
Meglio il fucile o il bikini?

Qualche giorno fa un generale dell’esercito israeliano, ha invitato a boicottare i prodotti sponsorizzati da Bar Rafaeli. La modella israeliana, come tutti i suoi connazionali, avrebbe dovuto svolgere il servizio militare, due anni per le ragazze e tre per gli uomini, al compimento del diciottesimo anno d'età. La Rafaeli al raggiungimento della maggiore età era già ben avviata nel mondo della moda, quindi per sfuggire alla leva è ricorsa a un trucco: si è sposata, con un amico di famiglia, e ha divorziato appena ricevuta la lettera di congedo. Per la legge israeliana infatti il matrimonio impedisce lo svolgimento della leva. Il generale in questione ha detto che
Non tutte le israeliane si possono riescono a raggirare lo Stato come ha fatto la top model e per chi si rifiuta di fare il servizio militare ci sono leggi severissime, fino a due anni di carcere. Israele non prevede nessuna possibilità di obiezione di coscienza e questo crea un fenomeno stranissimo, almeno visto con gli occhi di un italiano: una marea di giovanissime ragazze in divisa. Internet è pieno di foto e filmini che plaudono la bellezza delle soldatesse israeliane. Io
Il servizio militare per Israele è un momento cruciale per la formazione di un cittadino, molti sono le tecniche che cercano di legare i givovani con l'esercito. Sovente i ragazzi appena finito il servizio militare rimangono nelle forze armate per un altro anno, poichè gli anni di leva prevedono un piccolissimo rimborso spese, mentre l'anno supplementare è pagato bene, questo permette a molti giovani che non hanno alle spalle famiglie facolose di poter pagare le alte tasse d'ingresso all'università. Insomma dopo il liceo ci si fa 4 anni di armi per poi tornare a studiare, molti però si rendono conto che dopo un 'esperienza del genere non hanno più la capacità, e l'età, per riprendere gli studi.
Questi soldati in congedo, diventati uomini sotto le armi, sono creati per essere delle perfette parti di uno stato militare. Uno dei settori di punta dei servizi israeliani sono le ditte di sicurezza private, che si occupano anche di obbiettivi sensibili in tutto il mondo. In fondo chi meglio degli israeliani può occuparsi di sicurezza, lo Stato impartisce a ogni cittadino tantissime competenze su guerra, armi e terrorismo. Il principio è molto semplice: a forza di parlare di guerra, questa diventa fondante per la società, e chi non vuole farne parte o va in galera o fa la top model. Le foto del post ritraggono una brigata femminile al Muro del Pianto, poco dopo la preghiera.
sabato 9 gennaio 2010
Soluzione all'italiana
Circa 300 stranieri, impiegati come braccianti stagionali nella Piana di Gioia Tauro, sono stati trasferiti in due centri di prima accoglienza vicino Crotone. Tutti hanno il diritto di lasciare il centro cui sono stati assegnati, anche gli irregolari, che sono circa il 30% dei lavoratori stagionali della Piana.
Le foto di questo post sono del campo della Croce Rossa di Settimo Torinese, che presto diverrà un CARA (Centri di accoglienza per richiedenti asilo). I centri che accolgono i migranti della Piana sono simili a quello fotografato. La domanda è: se voi doveste vivere in questo tipo di posto, senza possibilità di lavoro nelle vicinanze, ci rimarreste?
lunedì 4 gennaio 2010
L'altro Sinai
Sulle spiagge di Ras al Satan ci sono, uno dietro l’altro, una dozzina di campeggi tutti con la medesima struttura: una baracca centrale, dove c’é la cucina, e tutto attorno tante piccole capanne, fatte di palme, a una ventina di metri l’una dall’altra. Questa lingua di terra si trova in un posto incantato: da un lato le montagne desertiche e dall’altro il mare, colorato dai coralli, e si vede l’altra sponda del golfo con sullo sfondo le montagne desertiche dell’Arabia Saudita. Mi scelgo una capanna e senza pensare faccio una corsa verso il mare e mi tuffo. Mossa sbagliata, i coralli che crescono fino al pelo dell’acqua mi graffiano piedi e ventre. Solo un’ora dopo un ragazzo mi dice che per fare il bagno esiste un corridoio di sabbia che si apre a pochi metri da dove mi sono tuffato.
Le passeggiate mattutine sul bagnasciuga mi rivelano un mare vivo, ad ogni passo vedo parti del fondo marino che si muovono, crostacei di cui non immaginavo l’esistenza scappano in ogni direzione. La sensazione più bella me l’ha regalata il mio primo pomeriggio di snorkeling: bastano un boccaglio e una maschera e il mondo prende un’altra prospettiva. Immergersi è come far scattare un interruttore: da un paesaggio desertico, si passa a una fauna e una flora marina tra le più lussureggianti. Nei giorni successivi faccio diverse escursioni con dei sub che mi portano a scoprire angoli spettacolari della natura marina locale. Il mare è anche specchio della cultura beduina, le tende sulla spiaggia ospitano le donne che con i bambini vengono a cercare rifugio dal caldo nella fresca brezza marina. Le donne della comunità locale sono coperte dal hijab, ampio velo che copre capelli, orecchie e nuca, mentre più rare sono le signore completamente celate dal burka. Gli uomini, invece sia vestiti all’occidentale, sia con gli abiti tradizionali gestiscono i campeggi, fanno da guida nelle immersioni e scarrozzano i turisti nel deserto.
Appena il sole inizia ad allungare le ombre, le tettoie, davanti alla baracca centrale del campeggio, si riempiono di affamati. Il sole caldo, caldissimo, non permette di mangiare durante il giorno e appena la temperatura inizia a scendere le cucine si animano. Il gestore del campeggio mi chiede cosa voglio mangiare e dopo aver preso l’ordinazione mi dice che ci vorrà un pò di tempo, aggiunge “anche un’ora” cosa che mi spaventa perché detto in arabo può voler dire di tutto. Come da tradizione il pasto viene servito sui tavoli bassi e i commensali siedono in terra su grandi tappeti di cotone colorato. Non esistono posate e piatti solo dei grandi vassoi con le portate e larghe pitte di grano nero che svolgono il triplice ruolo di pane, forchetta e tovagliolo. Il pasto è a base di pollo, formaggio fresco e insalata. Non appena vedo il pollo capisco perché ci sia voluto tutto questo tempo: nel pomeriggio avevo notato che in un recinto dietro le cucine c’era il pollaio. Insomma la mia ordinazione implicava andare a prendere il pollo tirargli il collo, spiumarlo e cuocerlo. Ho in bocca un animale che meno di un’ora fa beccava in terra. Orgoglio carnivoro.
Il campeggio è animato dalla gioventù del Cairo, universitari che hanno sfruttato le vacanze di fine Ramadan per fare sei ore di macchina e dare libero sfogo al loro divertimento. Gli stessi ragazzi che vedrei seri e affaccendati per le vie della capitale qui si concedono grandi bevute in pubblico. In Egitto l’alcol non è illegale, ma si può acquistare e consumare solo in privato o in alcuni locali lontani dagli occhi di tutti. Un personaggio locale é una signora francese che vive nel campeggio da diversi anni, arrivata l’età della pensione ha fatto un viaggio in Sinai e non è più tornata a casa. La sua pensione le basta per vivere in una bella capanna al fondo del campeggio e dice che dopo i primi mesi si è completamente abituata non avere luce elettrica e acqua corrente. Nella zona ci sono inoltre molti turisti israeliani che attirati dai prezzi bassissimi e dall’ospitalità beduina, decidono di ignorare le continue raccomandazioni dei ministeri di Tel Aviv, nelle quali si definisce il Sinai pericoloso. C’è sempre una strana concomitanza di feste musulmane ed ebraiche, in questo caso per gli arabi si festeggia la fine del Ramadan e per il giudaismo ricorre l’anno nuovo e lo Yom Kippur. Si radica sempre più in me l’idea di complementarità di queste due culture. Nella mia settimana di permanenza non ho incontrato italiani e pochissimi europei, l’impressione è quella di essere in una bolla dove pace e armonia con la natura regnano sovrane: il sole e le miriadi di stelle governano le giornate e le uniche urla provengono dai giocatori di backgammon.
La porta d’uscita del Sinai per gli egiziani é Nuweiba, da qui si può prendere un traghetto per Aqaba, in Giordania e da lì proseguire per la penisola araba fino al Golfo Persico. Gli egiziani sono un popolo di migranti, una piccola parte cerca fortuna in Europa, mentre la maggioranza tenta la via verso i paesi arabi della regione. La strada più veloce sarebbe il nord del Sinai, per poi attraversare Eilat e arrivare in Giordania, ma le autorità israeliane non permettono agli egiziani di attraversare il loro territorio e quindi chi deve lasciare il Sinai lo fa attraverso il porto di Nuweiba. In molti mi avevano sconsigliato di viaggiare su quel traghetto, ma la curiosità ha vinto. Di buona mattina mi presento alla biglietteria e immediatamente intuisco di aver fatto un errore.
Ci sono due traghetti giornalieri, uno dei quali con denominazione fast su cui cade la mia scelta. Con biglietto alla mano si accede al porto, dopo dei sommari controlli di sicurezza e il timbro sul passaporto si entra nella sala d’attesa per la partenza del traghetto. Comprendo la profondità del mio errore. Davanti al bagno ci sono due file, una per chi deve usare le turche e l’altra per chi si vuole lavare i piedi nel lavandino, precetto islamico della pulizia prima della preghiera. Questo non mi allarma più tanto, ma quando vedo che l’acqua ricopre il pavimento e si prepara ad allagare tutta la sala, inizio a essere spaventato per le condizioni igieniche.
Lo stanzone è lungo più di
giovedì 31 dicembre 2009
Meglio le minorenni
In questi giorni di frenetico shopping a Torino, in Via Lagrange, una via pedonale molto trafficata, è ospitata una mostra sulla comunità Lgbt, Lesbo Gay Bisex e Transgender. L’installazione, che verrà rimossa con l’arrivo dell’anno nuovo, è stata oggetto di dure critiche da parte di vari personaggi politici torinesi, tra questi si è distinto Roberto Ravello un consigliere comunale del Pdl, ribattezzato ultimamente Partito dell’Amore. Ravello ha chiedeva la rimozione della mostra perché a suo dire “offende il buon gusto di chiunque, non soltanto dei cattolici”.
Madonna che allatta
Qualcuno, sicuramente uno psicolabile, incitato dal clima d’odio, ha inciso su una delle foto esposte una croce celtica e una svastica. Il curatore dell’allestimento, Christian Ballarin, ha condannato il gesto riconducendolo al clima d’odio e d’intolleranza nei confronti della comunità Lgbt.
Il presidente del consiglio ha preso una statuetta in faccia e l’Italia si è fermata per due settimane, mentre è cronaca degli ultimi mesi di come la comunità omosessuale romana sia soggetta a incredibili violenze. Inoltre da mesi e si trovano trans morti tutte le settimane e le dichiarazioni più visibili dicono: “colpa dei loro costumi sessuali”. E Noemi Letizia? Andare con le minorenni è un gusto sessuale più accettabile che l’omosessualità!





